Cinema a luci rosse a Milano

Di questo è bene che non se ne parli



Qualche estate fa una emittente televisiva locale lombarda fu protagonista di un’insolita operazione di recupero cinematografico. All’interno della programmazione di terza serata, luogo elettivo dello spettacolo trash e porno soft, cominciarono a essere proiettati alcuni film erotici in bianco e nero, risalenti alla metà del secolo scorso, talvolta addirittura agli anni del muto. Non si trattava, in fondo, che di una serie di spezzoni di qualche minuto ciascuno, di alcuni episodi tratti da pellicole sparse, montati in sequenza chissà quando e chissà da chi, e acquistati in blocco a basso prezzo da qualche impresario padano improbabilmente cinefilo. Da un lato, quelle immagini apparivano quasi commoventi nella loro ingenuità: per le poche nudità esposte (oggi abbiamo pubblicità di yogurt molto più spinte) e per il comportamento dei protagonisti, presi di continuo da qualche tipo di inibizione o comunque poco scaltri. Da un altro lato, quei filmati così poveri di mezzi erano in grado di trasmettere la tensione morbosa del voyeur: il senso claustrofobico di poter osservare scene di sesso solo da lontano e da un punto di vista unico, quello di una cinepresa fissa, un po’ a documentario e un po’ a “veduta” clandestina.
Quel materiale così frammentario potrebbe forse trovare una sua validità di documento nel quadro di una storia del costume o della sessualità nel Novecento: ma quale sarebbe invece il suo posto all’interno della storia del Cinema? Detto altrimenti, è possibile ritenere il cinema erotico e pornografico una corrente degna di un proprio statuto artistico, al pari o similmente ad altri generi come il western, l’horror, la fantascienza?



Il cinema erotico nasce di lì a poco dall’invenzione del cinematografo, e per interi decenni si mantiene un fenomeno di nicchia e scarso interesse. Solo negli anni Settanta ne vengono comprese le potenzialità commerciali, e a partire dagli Stati Uniti avviene il grande lancio del business della pornografia. Cinema e Home Video sono i principali mezzi di accesso in questa fase, fino all'avvento di Internet, immane catalizzatore che spazza via tutto il resto e lascia i Cinema a luci rosse come dei luoghi residuali, scomodi, riservati a un'utenza de-informatizzata, ormai marginale nelle dinamiche di un mercato telematico internazionale.
A Milano i cinema porno ancora attivi si contano in una decina circa. Ha una sua fama il Teatrino di via Redi, laterale di Corso Buenos Aires, mentre le altre sale risultano sparse in zone poco aristocratiche della città come via Padova e viale Monza, viale Monte Ceneri, via Giambellino, Piazza Udine e Piazza Insubria. Anche per via di uno spettacolo teatrale messo in scena l'anno scorso al Teatro dell'Elfo da Danio Manfredini, si può ricordare il nome del defunto e sventrato Cinema Cielo di viale Premuda. Un tragico evento di cronaca è infine legato al cinema Eros di viale Monza (oggi chiuso), dove il 15 maggio 1983, durante una proiezione, si sviluppò un incendio e sei persone morirono.




Quello dei cinema hard è un mondo chiuso in se stesso, ostile a chi si propone di sondarne i tratti. Massima discrezione, porte aperte a condizione di non fare domande. A rispondere al telefono solo commessi e dipendenti, una rassegna di voci sbrigative, e il gestore, il responsabile? Irreperibile, non c'è, non so quando ci sarà, non c'è mai, non richiami, non ci interessa, grazie.
Rifiutando ogni attenzione, i proprietari vogliono fugare ogni rischio. La nascita di qualche risonanza pubblica potrebbe andare a sconvolgere equilibri essenziali per la loro attività. Gli spettatori potrebbero sentirsi esposti ad uno sguardo o giudizio collettivo ed esitare a presentarsi. Fra gli abitanti del quartiere potrebbero risvegliarsi antichi malumori per la presenza di un simile vicino di casa.
Una decina di sale, dunque. Capiamo il senso di questo dato se pensiamo che il numero non è troppo diverso da quello del 1970, e se facciamo il confronto con una analoga statistica per i cinema "generici": erano 160 tre decenni fa, oggi sono solo 20. Avete mai notato che su diversi
quotidiani italiani, nel corso dell'ultimo decennio, la lista delle sale vietate ai minori è scomparsa dalla pagina degli spettacoli cittadini, dove invece campeggiava un tempo? La sopravvivenza dei Cinema a luci rosse, luoghi apparentemente fuori tempo massimo, dipende ancora una volta da questo: dalla loro capacità di fingere di non esistere, di farsi dimenticare.

Daniele Belleri

2 commenti:

carloalbertoc ha detto...

sentite un po', voi che vi riempite la bocca di filosofie da supermercato: cosa fate per dare a persone disabili, molto anziane, non a loro agio nella società (la vostra), un occasione per sognare, per identificarsi nel protagonista ben sapendo che tutto ciò per loro è sempre stato e sempre sarà irrealizzabile? cosa date? bocciofile, "cultura"(??????), parrocchie o cos'altro? fateli sognare, per dimenticare almeno per due ore lo schifo di vita che è loro toccata! Grazie per l'attenzione. Carlo Alberto

Anonimo ha detto...

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