ONLINE IL NUOVO NUMERO DI IMMINENTE

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All'interno

Intervista ad Alan Maglio, il regista del film Milano Centrale che potrete vedere presto sul nostro canale youtube. Inoltre un viaggio nella Libreria del Mondo Offeso e lo speciale sull'anniversario del futurismo con lo spettacolo Il Signor Perelà?! in scena al Teatro Litta. E ancora gli incredibili opere d’arte di Blu, e la nostra vetrina, dedicata questo mese al comics-magazine LaScimmia.

waterfootprint.org

L'acqua è un bene prezioso e bisogna usarla responsabilmente. La popolazione mondiale aumenta, le risorse idriche a disposizione rimangono uguali. Ci laviamo i denti chiudendo il rubinetto e ci facciamo la doccia invece che il bagno. Ma c'è dell'altro: sappiamo che quando beviamo il caffé al mattino per produrre il contenuto della tazzina che abbiamo in mano occorrono 140 litri d'acqua? Non sto vaneggiando, sto parlando di water footprint, impronta d'acqua. E' un concetto recente, ma che si rifà all'idea più antica di impronta biologica: la misurazione delle risorse usate per produrre un dato prodotto, dalla sua realizzazione al suo smaltimento come rifiuto. L'impronta d'acqua si concentra sul consumo di H2O. Come ci si potrebbe aspettare, i campioni di consumo sono gli statunitensi, con 2500 metri cubi di acqua all'anno a persona. E al secondo posto? Ci siamo noi, gli italiani: 2.300 metri cubi, un milione di litri in più degli inglesi. Ridurre questo spreco di acqua (senza rimetterci in tenore di vita) si può. Si comincia con l'usare le tecniche migliori per produrre un bene. Le differenze nella quantità d'acqua consumata per produrre la stessa cosa tra un Paese e un altro dimostrano come sprechi e inefficienze contino tantissimo (un chilo di grano in Italia "beve" 2.421 litri d'acqua, più del triplo di quelli necessari in Cina: 690) e si possano ridurre. Poi, e qui entra in scena la coscienza di ognuno, si deve cercare di consumare prodotti a minor "impatto d'acqua". Ad esempio, basando la propria dieta su vegetali invece che su tonnellate di carne: si risparmierebbero ettolitri del prezioso liquido (per produrre 1kg di carne il consumo d'acqua è di 1600 litri, contro i 900 sufficienti per ottenere 1kg di mais). Concedetemi questa metafora: se svuoteremo il bicchiere per far stare meglio tutti lo vedremo, sempre più spesso, mezzo pieno.



Paola Gallo

La città di Dio - Paulo Lins


1968, Brasile:dopo un’alluvione disastrosa si gettano le fondamenta per costruire Città di Dio, un nuovo quartiere alla periferia di Rio de Janeiro e teatro delle deliranti vicende narrate da Paulo Lins.
In un’atmosfera caotica e assolata 3 generazioni di banditi si susseguono fra le strade fangose di Città di Dio, dove la polvere della favela impasta sogni, sangue e ambizioni. Il romanzo è diviso in tre atti, ma sebbene ognuno di essi sia dedicato a un singolo bandito, in ogni pagina veniamo quasi assordati dalla potenza di una voce, che, uscendo dal coro dei disperati di Città di Dio, inchioda la nostra attenzione su personaggi secondari, ma utilissimi per farci cogliere la dimensione poliedrica di questa realtà. Anche il piano del reale e del soprannaturale si compenetrano a vicenda, e uno non esclude mai l’altro, come insegnano i culti religiosi afro-brasiliani. Grazie a vividissime pennellate di pura violenza, emergono personaggi dolorosamente umani pur nella loro insensata brutalità: attraverso un linguaggio fin troppo esplicito veniamo trascinati in un’escalation di morte che sfocerà in una vera e propria guerra, che, come tutte le guerre, non lascerà né vinti né vincitori, ma solo superstiti. Abilissimo il regista Ferdinando Meirelles, che, riprendendo la vicenda in un film alla Tarantino, la rende più unitaria attraverso le parole del narratore Busca-pè (ragazzino cresciuto nella favela) senza farle perdere niente del ritmo incalzante che contraddistingue il romanzo.


Paola Gallo

Missing - Scomparso 1982

Stati Uniti d’America: democrazia o menzogna?


dall'imminente del gennaio 2006

Vi sembra possibile che gli Stati Uniti, da sempre considerati il paese dei diritti dell'uomo e della libertà, possano sacrificare questi puri e giusti ideali per degli interessi di tipo economico?! Loro, che anche in tempi moderni, così difficili e controversi, si professano sempre e comunque salvatori della democrazia e dei cittadini? Insinuare una cosa del genere potrebbe sembrare un' accusa falsa e ingiustificata. Missing-Scomparso: anche il protagonista, Ed Horman (interpretato ad arte da Jack Lemmon) sembra dello stesso parere. Inizialmente. Uomo dai sani principi, con i piedi per terra: non dubiterebbe mai del suo paese, terra di opportunità nel quale lui stesso, con le proprie mani, ha potuto costruirsi una carriera. Fino al momento in cui non viene a sapere della scomparsa del suo unico figlio, Charlie (Jhon Shea) , che vive con la moglie in un Paese dell'America Latina. Siamo nel Cile sconvolto dal colpo di stato di Pinochet, dove la vita si è trasformata in un incubo angosciante: la normalità è venire perquisiti, picchiati e uccisi per strada, dall'esercito, senza la minima ragione. La normalità è scomparire da un giorno all'altro dalla faccia della terra, finendo come uno delle centinaia di corpi senza nome ammassati negli scantinati di uno stadio, come sembra sia capitato a, Charlie, cittadino americano. Catapultato in questa realtà capovolta, sconvolto
dalla perdita del figlio, Ed dovrà ricredersi su tutto: accompagnato da Beth, la dolce ma decisa (e meno ciecamente fiduciosa) moglie del figlio, inizierà un' angosciosa ricerca che lo porterà a capire come il mondo non è per forza come appare e che esistono altri modi di vivere e di vedere le cose che, sebbene diversi dal proprio, sono altrettanto dignitosi. Nonostante le promesse d'aiuto dell'Ambascita Americana, Ed si rende conto che il vero scopo di chi gli sta intorno va decisamente contro corrente rispetto al suo: la verità non deve venire a galla. Una verità che Charlie ha scoperto per caso e che vede il governo Americano come potente burattinaio dietro al colpo di stato. Che vede la CIA che appoggia l'assassinio di Allende, il candidato di Unidad Popular, che, dopo essere salito al potere nel 1970 tramite regolari elezioni, promuoveva una riforma agraria e la nazionalizzazione del settore minerario (iniziative entrambe in contrasto con gli interessi nordamericani). E che vede gli Stati Uniti come economicamente tutt'altro che dispiaciuti del governo militare e dittatoriale di Pinochet. Ed si troverà così non solo ad affrontare la disperazione per la morte di Charlie, ma anche la disillusione e l'amarezza per aver compreso quali sono i reali scopi dei suoi compatrioti "garanti dell'ordine pubblico" negli altri paesi. E l'impotenza: come sempre accade in questi casi, nonostante le denunce di Ed, nessuno verrà condannato. Il governo insabbierà il tutto. Anche la salma di Charlie tornerà in patria solo molti mesi dopo il ritrovamento del corpo, rendendo così inutile un'eventuale autopsia. Di storie "realmente accadute" come questa che ci presenta il regista Costa Gravas ce ne sono moltissime nel subcontinente americano (e non solo): nel 1964, in Brasile, gli Usa appoggiano la "rivoluzione militare" mettendo al potere il feroce dittatore Castello Branco. Nel 1903, in Colombia, gli Stati Uniti danno il loro aiuto militare a Panamà per ottenere l'indipendenza dalla nazione, in modo da averne il controllo dell'istmo. Nel 1898 Cuba ottiene l'indipendenza grazie all'appoggio Usa, diventandone poi però protettorato militare. Nel corso del 900, intervengono pesantemente nella politica dell'isola, sia politicamente sia economicamente. Nel 1961 viene proclamata (dopo una lunga guerriglia) la repubblica socialista: gli Usa, oltre all'embargo, rompono le relazioni diplomatiche. E nel 1954, in Guatemala, sono sempre i democratici Stati Uniti (che possedendo nel paese tutte le industrie più importanti, dalle ferrovie alla famosa United Fruit Company) destituiscono il presidente Arbenz. Eletto regolarmente, aveva avviato una riforma agraria che ridistribuiva la terra fra gli indios espropriati dalle multinazionali: tramite l'intervento nordamericano viene destituito e sale al potere un dittatore: Castello Armas. E la lista potrebbe continuare. Sono tante le storie come questa e tanti i modi di raccontarle. Garvas ha scelto come punto di vista quello americano, e questa è una scelta importante: forse quello che vuole suggerirci è che tutti noi che viviamo nella parte "fortunata" del mondo siamo un po' come Ed: ciechi e per lo più disinteressati. Se solo potessimo vivere esperienze simili a queste, apriremmo i nostri occhi, giudicheremmo le cose più lucidamente. Ma ci deve essere un altro modo per uscire da questa sorta di letargo mentale, al quale ci siamo autocondannati. Dobbiamo aprire gli occhi, sperando di poter fare qualcosa di più oltre al constatare di essere arrivati troppo tardi.


Paola Gallo

Il Cinema Ariosto

Ovvero come sopravvivere all’era dei multiplex



dall'imminente del febbraio 2007


Se è vero che il tempo presente vede lo strapotere dei multiplex sulle piccole vecchie sale cinematografiche, che arrancano e si difendono come possono dal rischio della serrata definitiva, è anche vero che ci sono piccole realtà che lottano per creare nuove strade, nuovi percorsi, per garantirsi un futuro sicuro.
Fondato nel lontano 1948 il cinema Ariosto rappresenta oggi una delle sale storiche della Milano cinematografica. La famiglia Bruciamonti, di generazione in generazione, ha gestito questo cinema in zona Magenta, diventato col passare degli anni un punto di riferimento per il sofisticato quartiere.
Il prossimo anno si festeggeranno i sessant’anni d’attività ma il cinema Ariosto nel frattempo si è ammodernato e percorre nuove strade nel mondo della celluloide, su tutte le rassegne in lingua originale e lo spazio ai cortometraggi. Se la linea delle proiezioni in lingua originale è un grande punto di forza di questa piccola sala, tanto che, come sottolineano orgogliosamente Luca Banfi (direttore artistico) e Federico Bruciamonti (erede della gestione di famiglia), chi vuole vedere film francesi in lingua originale a Milano va all’Ariosto, il grande spazio riservato ai corti lo differenzia dalle altre monosala milanesi.


Il cortometraggio all’Ariosto è “Cinebox” e “A tutto corto”. Il Cinebox è un contenitore che precede il film programmato nello spettacolo serale. Ai soliti trailer e alla pubblicità nazionale viene fatto seguire un cortometraggio. E’ un esperimento innovativo che cerca di dare risalto a opere che difficilmente troverebbero spazio e visibilità. Un tentativo che, di proiezione in proiezione, cerca di affiancare corti accuratamente selezionati al lungometraggio in cartellone. Periodicamente i corti passati sugli schermi dell’Ariosto vengono accorpati in un’unica serata a tema chiamata appunto A tutto corto. L’ultima si è svolta lo scorso 14 dicembre e vedeva la proiezione di quattro cortometraggi, presentati in sala dai rispettivi registi. Il prossimo 22 febbraio si replica… Opportunità non indifferente per cinefili e aspiranti registi è la possibilità di inviare corti fatti in proprio direttamente all’Ariosto che, con CBL Movie Italia, cerca nuovi corti da proiettare.
Questo rimane tuttavia un momento difficile per i cinema cittadini, le piccole sale devono fare i conti con nuove realtà (i tanti multisala e il ricorso sempre più rapido all’home video) e sono tanti quelli che nella nostra Milano hanno chiuso e dovranno chiudere. Recentemente lo splendor in zona Piola-Lambrate ha cessato la propria attività, prima è stata la volta del Nuovo Arti da sempre punto di riferimento per i film dedicati ai più piccoli, mentre dall’anno scorso il Metropol in viale Piave, una delle sale più antiche della città, si è trasformato in sede per le sfilate di Dolce&Gabbana (un esempio questo colmo di significato). L’Ariosto propone la sua ricetta per resistere nel mercato del cinema globale: film di qualità (fa parte del network Europa Cinemas) e quel fedele pubblico di quartiere che nell’epoca moderna, specie nelle metropoli, sembrava diventato pura utopia. Paradossalmente è invece quella ricerca del tradizionale, dell’antico, di (concedetecelo) quel po’ di milanese che affascina, a portare nuovi spettatori nella piccola sala di via Ariosto, in controtendenza rispetto alle migrazioni verso i rifugi dei tanti multisala fuori porta.


Matteo Bursi


www.cinemaariosto.it

Evulozionismo vs Creazionismo

Scienza creazionista?


Partiamo da un semplice esempio. Prendete due provette. Riempitele con acqua e aggiungete nella prima un cucchiaio di soda, nella seconda uno di nitrato di potassio. Entrambi i composti si scioglieranno, ma la prima provetta si riscalderà, la seconda si raffredderà. La soda libera calore, il nitrato ne assorbe. Un banale esperimento da laboratorio. Un fatto, un sacro fatto, sul quale non si discute. L'evoluzione invece non è così. Essa è forse l'unico esperimento che l'uomo non potrà mai ripetere in laboratorio: un evento unico e irripetibile.La biologia però è anche una scienza storica (anche se spesso illuminati scienziati tendono a dimenticarselo): come scienza della vita per eccellenza, essa ci narra da sempre dei racconti. Racconti di vite che cambiano e non di leggi che valgono e varranno per sempre. L'evoluzione, pur non essendo empiricamente dimostrabile, è l'interpretazione che questa scienza ha dato per raccontarci la storia della vita sulla terra. Non fatto, ma interpretazione sulla quale, ovviamente, si può sempre discutere. Ed per questo che siamo qui. Non abbiamo la presunzione di proporre qualcosa di nuovo sull'argomento; piuttosto è importante ed attuale esprimere un punto di vista cercando di proporre spunti di riflessione e confronto.

Nelle sale statunitensi è da poco uscito un film: Expelled: No intelligence allowed di Nathan Frankowski, raccontato da Ben Stein un famoso scrittore e comico americano. La pellicola propone una tutt'altro che celata incapacità nell'accettare la teoria darwiniana, rivendicando il diritto ad insegnare nelle scuole la dottrina del creazionismo durante le ore di scienze. Oltre ad attaccare direttamente alcuni famosi biologi evoluzionisti Richard Dawkins e Daniel Dennett, Stein arriva a denunciare pubblicamente le idee di Darwin, definendole un "doloroso e orribile capitolo della storia delle ideologie" e affermando che essa avrebbe fornito il substrato ideologico ispiratore per lo sviluppo dei regimi totalitaristici quali il Nazismo e il Comunismo. Frankowki raccoglie una serie di testimonianze di insegnanti e scienziati, come Richard Sternberg e Caroline Crocker, che sarebbero stati licenziati per aver sostenuto la teoria del disegno intelligente, la teoria secondo cui un intelletto divine dirige l'evoluzione degli esseri viventi.In risposta potrebbe bastare citare alcuni fatti. Il 20 dicembre 2005 il giudice John E. Jones III, nominato dal presidente Bush, a seguito di un processo, emise una sentenza nella quale dichiarava l'incostituzionalità dell'insegnamento dell'intelligent design nell'ambito dei corsi di biologia. Inoltre nessuno è stato espulso dall'università a causa delle critiche all'evoluzionismo (come facilmente dimostra la permanenza di Michael Behe al dipartimento di biologia dell'università di Lehigh). Basta poi informarsi e leggere qualche scritto di Charles Darwin per accorgersi dell'evidente assurdità e incongruenza del parallelismo tra teoria dell'evoluzione e sviluppo delle idee razziste: come Maria Turchetto, alla quale esprimiamo tutto il nostro appoggio, ci ricorda sull’ Ateo , Darwin, il quale aveva orrore per la schiavitù, nell'"Origine dell'uomo" espresse pensieri sentitamente antirazzisti, promovendo quell'ideale di "simpatia universale" che dovrebbe essere esteso ad ogni civiltà e società umane.Ma limitarci a riportare dei semplici fatti ci porterebbe davvero ad una riflessione costruttiva? Cadremmo nello stesso errore dei teorici che si rifugiano all'interno delle fortezze inespugnabili costruite sulle fondamenta delle loro convinzioni dogmatiche ed inattaccabili. Ci sembra più opportuno porre l'accento sul significato che diamo alla parola "scienza". E' davvero ragionevole pensare che la teoria creazionistica possa essere insegnata nelle scuole come teoria scientifica alternativa all'evoluzionismo? Secondo noi no. Riportando l'abusata ma estremamente efficace citazione del genetista Theodosius Dobzhansky "in biologia nulla ha senso se non alla luce dell'evoluzione". Dal momento in cui la teoria darwiniana fu ideata, poi discussa, ampliata e attualizzata secondo le più recenti scoperte, non è possibile leggere le moderne teorie intorno ai fenomeni della vita e della natura prescindendo da una visione evoluzionistica. Essa è alla base di ogni modello scientifico elaborato su qualsiasi livello, dal molecolare al cellulare, fino ad arrivare agli organismi viventi e, in modo evidente, alle popolazioni. Non stiamo sostenendo che il racconto della creazione debba essere eliminato dai programmi scolastici: la Genesi e tutti i testi sacri sono parte integrante della storia culturale occidentale, la nostra storia. Lasciamo però tale compito alle ore di religione, di storia, o di catechismo.

L'evoluzione rappresenta una vera e propria teoria scientifica proprio perché elaborata attraverso osservazioni, formulando ipotesi e verificandole. Appare evidente che il creazionismo ha ben poco a che vedere con l'idea di scienza comunemente accettata. L'unico fondamento ideologico è l'autorità riposta nei testi sacri. Abbiamo già detto che l'evoluzione non può essere dimostrata direttamente; ma nella scienza molte sono le cose che non vengono dimostrate con certezza, ed è proprio di fronte a questi ostacoli che lo scienziato ricava lo stimolo, l'impulso per proseguire la sua ricerca.Ci appare dunque contraddittorio elevare a teoria scientifica, tale da poter trovare spazio nell'insegnamento durante le ore di scienze, un assunto ideologico che implica un atto di fede e che riguarda ambiti e questioni da inserire piuttosto nel quadro della storia delle religioni o della civiltà occidentale in generale. In breve, "unicuique suum".

Guido Gallo



Tutta la vita davanti

Reality show


Una speranza? Un augurio? Una promessa? Quante accezioni si possono racchiudere in 4 semplici parole? E come cambia il loro significato per chi le pronuncia e per chi le ascolta. Per Marta, brillante 24enne neolaureata cum laude, sono cariche di aspettative perchè conclusa l'università vede finalmente a portata di mano la possibilità di realizzare il futuro a lungo sognato. Ha fiducia nel prossimo, nella società, nella meritocrazia. Come tanti giovani, ragazzi entusiasti con la testa piena di progetti e il portafoglio vuoto, si appresta a prender parte al gran ballo della vita, cerca il suo posto ma è 'fuori tempo', non trova il ritmo perchè ha le sue certezze, i suoi valori e non vuole scendere a compromessi. Dopo aver investito tempo, denaro ed energie scopre però che la società moderna nel suo corpo di ballo vuole solo i 'vincenti' o meglio quelli che reputa tali. Imparare i passi giusti significa pensare a solo a sé stessi, sgomitare, non avere scrupoli. Non c'è spazio per gli idealisti, gli ingenui, i curiosi, l'ansia per il futuro è troppa: i giovani sono solo una risorsa come tante altre e come tale vanno sfruttati. Le relazioni interpersonali, il lavoro, tutto quanto la circonda non è altro che un grande reality in cui vige una sola regola: mors tua, vita mea. Prova a continuare a ballare secondo il suo ritmo, si illude di poter restare quella che è pur inserendosi nella coereografia generale. Perdersi nelle quotidiane complicazioni che questa navigazione in mare aperto impone è però facile e il rischio di cedere a stanchezza, rabbia e delusione e lasciarsi fagocitare uniformandosi è sempre dietro l'angolo. Marta se ne accorge in tempo, cade e si rialza. Ha scoperto il tranello di un mondo che vive di apparenze e che emargina ed elimina sia chi ne risulta vittima per troppo fragilità (Lucio2, Giulia, Sonia) sia chi rifiuta volutamente questa logica. Ed ecco che quelle 4 semplici parole cominciano ad avere il sapore amaro di una condanna. Dopo aver cercato-aspettato invano l'uomo che spezzando le catene liberi tutti svelando come la realtà possa essere ben diversa dalle ombre che proietta sul muro della caverna decide di provarci lei stessa. Si affida alla musica fiduciosa che seguendola prima o poi troverà il ritmo giusto.

L'Italia (il mondo?) è malata e forse non guarirà ma la piccola Lara, prima salvata a cui viene mostrato il sole, è lì a testimoniare che si può ancora trovare un antidoto. Bugsy Berkeley ci ha insegnato che una coerografia ben riuscita è spettacolare, è un'opera unica dotata di una carica emotiva che lascia a bocca aperta. I singoli momenti di cui è composta, pur mantenendo la loro specificità, si fondono in un tutt'uno di armonica perfezione. Con i suoi 'film nei film' ci ha però anche mostrato quante prove siano necessarie affinchè questo si realizzi e quante volte si fallisce prima di portarla a compimento.Virzì, moderno verista cantore degli ultimi e dei loro sogni/bisogni, ci regala un'analisi autentica ed umana dell'amara situazione dell'Italia di oggi e, senza mai cadere in uno scontato pietismo, ci ricorda che per 'andare a tempo' servono tenacia e coraggio. Bisogna continuare a tentare, mirare ai propri obiettivi, restare ancorati a ciò a cui si crede e sperare. Se cambiare il mondo è impossibile l'importante è che non sia lui a cambiare noi. Gli errori, i fallimenti fanno parte del gioco perché dopotutto c'è "tutta la vita davanti". 4 semplici parole che non possono, non devono, suonare come una minaccia.


Claudia De Falco

Processo alla satira

Il caso Guzzanti e gli attacchi al potere



Lo scorso 8 luglio a Piazza Navona a Roma, è stata indetta una manifestazione contro le cosiddette leggi canaglia del governo Berlusconi IV, che riguardano la libertà di informazione, di indagine giudiziaria e le norme riguardo la schedatura di cittadini extracomunitari romeni. Dal palco, su cui si sono succeduti decine di interventi, Sabina Guzzanti ha denunciato alcuni fatti riguardanti l'ingerenza della Chiesa nella vita politica, la crescente tendenza alla legittimazione di fenomeni di matrice razzista e infine la scelta di affidare il Ministero delle Pari Opportunità a Mara Carfagna, coinvolta, secondo un diffuso giornale argentino, in uno scandalo a sfondo sessuale insieme al Premier Silvio Berlusconi. Tanti interventi, tanti attacchi al sistema vigente in Italia, ma a far scalpore sono state le parole della Guzzanti e quelle di Beppe Grillo che invece prendevano di mira l'atteggiamento tenuto dal Presidente della Repubblica Napolitano nei confronti di quelle leggi contro cui era la manifestazione.





La libertà di parola e di pensiero sono alla base della struttura democratica, e i due comici ne hanno fatto uso come era giusto che fosse, consapevoli delle reazioni che avrebbero suscitato sia nel pubblico lì riunito, sia nell'opinione pubblica. Il punto è che qui non stiamo parlando di informazione o libertà, stiamo parlando di satira. E la satira è tutta un'altra storia. Aldilà della sua storia e del significato, la Corte di Cassazione ha dato questa definizione di satira: " [la satira] È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene. " La satira è di natura contro il potere, ma non per questo il potere non se ne può servire: "Ritengo che la satira sia uno strumento utile nel dibattito politico […] il mio capo ufficio stampa ha avuto la disposizione di pormi in evidenza tutte le mattine gli attacchi alla mia persona. In questo modo posso correggere i miei eventuali errori. A mio avviso, alla satira non dovrebbero essere posti limiti, se non quelli suggeriti dal buon gusto". A parlare era il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Ma ancora: "La satira è stata sempre utile a un corretto sviluppo della politica, anche su un piano di radicazione culturale degli atteggiamenti critici […] i limiti devono essere lasciati al costume. Non credo compatibili con la libertà democratica limiti politici di qualsiasi natura." Parola del senatore Giulio Andreotti.

Ma se la satira non è politica, perché si è tentato di procedere giuridicamente contro Beppe Grillo e Sabina Guzzanti per le affermazioni di piazza Navona? Offesa al presidente della repubblica e a capo di stato straniero da uno a cinque anni di carcere, è stato detto. Gli interventi dei due comici erano opinabili ma i fatti su cui si basavano incontestabili. Quindi è il linguaggio che porta all'offesa. Ma la satira per sua stessa natura usa un linguaggio diretto, cattivo e, sì, anche volgare. Quello cercato di aprire è stato un processo alla satira come fenomeno di costume. Un discorso di esecrabile censura? La questione non è così semplice. Nei casi citati e in altri eclatanti (chiusura del programma di Luttazzi e della stessa Guzzanti) il problema è sempre stato la possibilità di poter comunicare a un gran numero di persone, una massa la cui opinione conta pesantemente nella vita pubblica. Ecco il perché del blocco, della censura. La satira è libera ma non può essere imposta: è offensiva, e il ragionamento fila, considerando che in certi mezzi di comunicazione chi riceve il messaggio è molto più vulnerabile e inconsapevole che in altri media (come la carta stampata e internet). Quello che ora vorremmo denunciare quindi non è il regime, la carenza di democrazia, ma l'ipocrisia che sta dietro a gesti che finiscono per nuocere soltanto a comici e artisti che lavorano. Non esiste il reato di vilipendio al Pontefice, fu Craxi a cancellarlo. Inoltre è stato abolito anche l'articolo riguardo l'offesa di un capo di stato straniero. L'accusa voleva probabilmente sollevare sdegno e i soliti dibattiti scontati e scoraggiare nuovi interventi non graditi. Fermare un certo tipo di satira. Se ci sono riusciti o meno solo il tempo ce lo potrà dire. Per ora, facciamoci una bella risata.


Antonino Valvo

Orchestra di via Padova

Ovvero l'integrazione ai tempi del decreto sicurezza


Se volessimo parafrasare uno dei titoli più parafrasabili di sempre, "L'amore ai tempi del colera" di Garcia Marquez, parleremmo de "L'integrazione ai tempi del Decreto Sicurezza". Via Padova e dintorni da questo punto di vista rappresentano uno degli snodi più delicati di Milano, e probabilmente del Paese intero. Interviene allora la musica: non procede per DDL, e fornisce implicitamente risposte forse un poco ingenue, ma di quella dose di buona ingenuità di cui si sente un disperato bisogno ai tempi, stavolta, delle impronte rilevate ai bambini in quanto Rom, e del reato di immigrazione clandestina.



In via Padova dall'ottobre del 2006 vive e suona un'Orchestra, secondo un modello fortunato e collaudato - lo stesso modello che anima la più famosa Orchestra di Piazza Vittorio a Roma ed altre sorelle minori a Genova in piazza Caricamento e a Torino in Porta Palazzo: si forma un complesso musical-territoriale, con musicisti di nazionalità diversa che vivono nella medesima zona, per lo più rinomata per la convivenza irrisolta delle diversità, e si portano i risultati del connubio tra la gente. Si mostra la faccia buona delle zone cattive, fingendo si scordare quanto la lotta sia impari contro chi propugna solo la faccia cattiva, senza però prendersi la briga di indicare prospettive e vie di uscita.L'Orchestra di Via Padova, appunto: 15 elementi e 9 nazionalità apparentemente stridenti - in ordine sparso Estonia, Perù, Cile, Burkina Faso, Marocco, Serbia, Cuba e Italia. Dicono di loro stessi: "Ognuno di noi ha portato con sé un po' della propria tradizione musicale. Ed ognuno si è poi prestato alla sperimentazione e al confronto, realizzando un mélange sonoro inedito e travolgente". Dopo diversi mesi di notorietà basata sul passaparola e la bontà della formula, finalmente il 23 maggio è uscito "Tunjà", il primo disco dell'Orchestra che, sia detto senza voler offendere nessuno, non è proprio la solita banda da Festa dell'Unità. Chi volesse avere un assaggio può visitare il myspace all'indirizzo www.myspace.com/orchestradiviapadova, oppure andare direttamente a trovare l'Orchesta durante il tour, quando attraverserà la penisola per animare piazze e manifestazioni: il momento è particolarmente propizio, perché sembra proprio che il gruppo sia giunto allo stadio, per tutti dorato, del "quasi-famosi" che permette un prezioso contatto diretto a prezzi modici o nulli.Infine potrebbe essere l'occasione - perché no - di scegliere una giornata non piovosa per visitare via Padova e dintorni di persona, magari con macchinetta digitale e discrezione, e battezzare la zona in autonomia: dolce o famigerata, o più probabilmente tutt'e due.




Giacomo Giudici

I corti di Nash Edgerton

Piccolo manuale dell'immaginazione


I fanatici del web e dei cortometraggi forse già conosceranno la Blue Tongue Films, ma per chi non lo sapesse bisogna dire che è un'affermata casa di produzione cinematografica australiana specializzata in cortometraggi che hanno girato nei festival di tutto il mondo. La particolarità di questa casa consiste nel fatto che alla distribuzione canonica dei suoi prodotti preferisce la pubblicazione on-line su bluetonguefilms.com, un sito semplice che punta tutto sull'"archivio" di cortometraggi di assoluto valore. Di particolare qualità artistica, tecnica e narrativa sono Spider e Lucky, entrambi scritti e diretti da Nash Edgerton, già famoso come stuntman in film quali Star Wars e Matrix.

Spider concentra in 9 minuti la riappacificazione di una coppia durante un viaggio in auto e uno scherzo che lui fa a lei. Il film si apre con la citazione di una mamma che dice "It's all fun and games until someone loses an eye" e mostra gli effetti di uno scherzo con sbalorditivi effetti visivi non mascherati da un facile montaggio che permette l'uso di tecniche banali. Edgerton non stacca mai quando ci si aspetta che debba farlo, al punto che si arriva a chiedersi "ma come ha fatto?". Anche la messa in scena assolutamente realistica contribuisce a rendere il film più credibile e aumenta lo stupore che da visivo diventa una sorta di divertente reazione da "è orribile, ma insegna qualcosa". Guardare Spider è come leggere una breve storia d'immaginazione.Lucky, invece, è la storia di un uomo che cerca di uscire da una macchina lanciata a tutta velocità. C'è bisogno di sapere altro? No. I 3 minuti senza dialogo di Lucky ci ricordano con piacere quanto un film possa essere coinvolgente e si rimane sorpresi da quanto si possa fare con così poco in termini di set, durata e attori. L'ambientazione in una strada deserta e una luce naturale davvero ben utilizzata aggiungono un tocco realistico alla grande sorpresa che il finale riserva allo spettatore.Dopo aver visto Spider e Lucky può sembrare che Nash Edgerton abbia la mente un po' distorta, invece mostra una capacità straordinaria nell'inserire estreme situazioni da stuntman in contesti realistici. Un accoppiamento forte, che non stride ma colpisce, e che rivela tutta la forza del cinema.



Michele Comba


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Alla scoperta della Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli e del Civico Archivio Fotografico

Munitevi solo di curiosità




Uno degli adagi ricorrenti del milanese ottimista (purosangue o di adozione) recita più o meno così: "non è vero che Milano non propone cultura, non è vero che Milano è solo la città dei danée. Milano ha del buono, ma lo nasconde". Da queste classiche sentenze, l'altrettanto classico corollario: che uno dei motivi di fascino di Milano sia proprio il fatto che la città non si getta addosso al primo venuto, e nemmeno a chi ci abita da sempre, ma va scoperta in proprio. Tutto questo probabilmente è banale, ma anche vero. E un modo per verificarlo è visitare due archivi milanesi, posti nello stesso luogo fisico - si trovano al Castello Sforzesco - ma molto diversi tra loro: la Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli e il Civico Archivio Fotografico di Milano.Importanti le analogie: si tratta di due istituzioni che a buon diritto possono essere definite storiche - l'archivio Bertarelli nasce nel 1925, l'archivio fotografico nel 1933 - e imponenti, considerando che conservano rispettivamente un milione di stampe e seicentomila fotografie. Inoltre, e vale la pena sottolinearlo, si tratta di luoghi pubblici, aperti a chiunque voglia impegnarsi in una ricerca, animato anche solamente da semplice curiosità. La burocrazia è ridotta al minimo, è sufficiente prendere un appuntamento per contare sull'aiuto del personale e ottenere il materiale desiderato.Quale materiale? Ecco le differenze. Per parlare della Raccolta delle Stampe, eccezionale istituto, non si può partire da una storia altrettanto eccezionale: quella di Achille Bertarelli (1863-1938), filantropo milanese, eccentrico appassionato di iconografia e grafica popolare che, preferendo delle stampe il soggetto rispetto al "mero" lato artistico, ne raccolse in vita quasi trecentomila, che donò al Comune prima della sua morte, formando così il nucleo originale della raccolta e regalando al pubblico la straordinaria testimonianza di un'epoca. E non solo, perché la caratteristica principale dell'archivio Bertarelli è sicuramente la varietà: dire che si trova tutto, qui, non è un'esagerazione - dalle xilografie quattrocentesche ai manifesti pubblicitari di primo novecento, carte geografiche e vedute provenienti da tutta Italia e dall'Europa, soldatini, grafiche popolari sacre e profane, biglietti da visita e d'auguri di ogni epoca. Il visitatore che consulta il catalogo rimane affascinato dalle possibilità che offre la raccolta, amplissima nello spazio e nel tempo, e il rischio è soprattutto quello di perdersi nell'abbondanza. Il risultato è un archivio sui generis, probabilmente unico in Italia.In confronto all'esplosività archivistica del Bertarelli, il Civico Archivio Fotografico sembra impallidire, ma è decisamente solo un'impressione. E' vero che il patrimonio è più ristretto - 600.000 documenti (negativi e positivi, dagherrotipi, carte salate e così via) che coprono un arco di tempo che va dal 1840 ai giorni nostri - ma è anche vero che qualsiasi documento risulta estremamente pregnante. Il grosso delle testimonianze, infatti, riguarda Milano fino al secondo conflitto mondiale compreso: questo fa dell'archivio, prima di tutto, un fondo straordinario di memoria storica. Ed infatti, oltre che dagli specialisti, è visitato da milanesi semplici che vogliono soddisfare visivamente qualche domanda, qualche curiosità, sulla propria città per come è stata prima che gli interventi di epoca fascista (come la copertura dei Navigli), i bombardamenti e l'urbanizzazione ne cambiassero per sempre il volto. Anche in questo caso, una semplice occhiata agli estremi dei cataloghi fa capire immediatamente il valore del patrimonio, per varietà e qualità. Oltre alla larghissima sezione su Milano, ci sono poi interessanti incursioni fuori d'Italia, in Europa ed oltre: ad esempio, fotografie ottocentesche di Groenlandia e Giappone - come scoperchiare altri mondi.



Civico Archivio Fotografico

Archivio Bertarelli


Giacomo Giudici

ONLINE IL NUOVO NUMERO DI IMMINENTE


In occasione della festa dell'Università Statale di Milano, imminente rinnova grafica e contenuti in questo primo numero dopo l'estate.

Cliccate qui per scaricare il nuovo numero di imminente in formato pdf!

Per poter ritirare in anteprima il nuovo numero l'appuntamento è per domani nel colplesso didattico di via Celoria in Città Studi a Milano.

Dolcina e Dolcissima - teatro agricolo

Un'altra storia di resistenza



È necessario avere una buona dose di coraggio, e forse incoscienza – come fa notare Giovanni Balzaretti, introducendo lo spettacolo alle poche decine di spettatori del Cicco Simonetta –, per rendersi disponibili a fare teatro nei luoghi che deputati al teatro non sono. Quello della Compagnia Teatro Agricolo è un viscerale amore per ogni forma di teatro, anche la più minuta, minuta come il popolo a cui predicano gli eretici Frà Dolcino da Novara e Margherita da Trento, protagonisti di “Dolcino e Dolcissima”. Lo spettacolo, basato sulla storia vera di uno dei più interessanti movimenti ereticali cristologici medievali, ha debuttato nel maggio del 2007 e ricevuto il Patrocinio del Centro Studi Dolciniani Italiano.
Il coraggio del rivoluzionario messaggio di Frà Dolcino e Margherita – una novella di uguaglianza fra uomo e donna, del diritto di ogni contadino di pregare a modo suo, col suo linguaggio, di una croce di legno e fango – si coniuga con quell’incoscienza di chi vuole credere che una società, anche la più disgraziata, possa essere cambiata.
Il linguaggio scenico di questo teatro agricolo gioca tutto sul peso delle parole, di semplici gesti, dell’intensità degli sguardi, facendo virtù delle necessità. Se i mezzi sono ridotti al minimo – una scena spoglia, due scranni-tronchi d’albero che si improvvisano sgabelli e pulpiti, dei semplici costumi da frate – è anche perché non si potrebbe immaginare diversamente uno spettacolo che prende le mosse dalla vicenda di Francesco d’Assisi e Gherardino Segalello, per occuparsi del movimento dolciniano, diffusosi a cavallo del XIV secolo.
Isabella Macchi e Giovanni Balzaretti alternano così parti narrate, con dovizia di dettagli, a recitati in dialetto valsesiano; e se il narrato risulta un poco didascalico, al contrario, quando i due attori indossano i panni dei protagonisti della vicenda dimostrano una notevole padronanza della lingua e delle tecniche teatrali dell’epoca, combinata ad una capacità interpretativa di forte carica suggestiva.
Siamo dinanzi a quel teatro che, in un certo qual modo, si preoccupa di restituire dignità al Medioevo – e nello specifico ai popolani medievali –, periodo storico che Teatro non aveva, secondo un lavoro di ricerca e messinscena non dissimile dal “Mistero Buffo” di Fo e Rame. E non è un caso che la celebre “giullarata” di Bonifacio XIII parlasse proprio di Dolcino.
Seguendo il percorso inverso rispetto alla scelta narrativa di “Dolcino e Dolcissima”, cogliamo ora le ragioni storiche per le quali l’azione di questa coppia di eretici fu così importante e rivoluzionaria. I mezzi di propaganda della Chiesa di allora erano immensi, basta pensare agli squadroni di “predicatori apocalittici” che, a ridosso dell’anno Mille, avevano convinto tutta Europa dell’imminente fine del mondo, in quello che è considerabile a tutti gli effetti un atto terroristico. Al confronto con questa potenza mediatica della Chiesa, il lento e costante operare di Dolcino e Margherita – forti dell’insegnamento del giubilate francescano – costituiva una controtendenza che sapeva modificare le coscienze dal profondo dell’animo.
Il Vescovo di Vercelli reagì come ci si poteva aspettare da un alto prelato della Chiesa di allora: dapprima scomunicando l’intera comunità comunarda, e proto-socialista, della Valsesia, e in secondo luogo, con l’obiettivo di eliminare fisicamente tutti i dolciniani, assoldando balestrieri mercenari cui era concesso il consueto diritto di saccheggio e stupro.




Marco Turconi






Intervista a Marina Spada

Lezioni di cinema alla milanese

dall'imminente del dicembre 2006



È’ più difficile fare del cinema a Milano?
Secondo me è difficile fare cinema, Milano, Torino, Pavia o Bologna. Anche a Roma è difficile. Basta vedere che alla sezione esordi del Festival di Venezia quest'anno non c'era neanche un italiano. Questo è un paese che non investe: i milioni preferisce spenderli per una Festa del Cinema, piuttosto che promuovere i nuovi talenti e consolidare quelli che ci sono. Se non vengono affrontati questi problemi fare del cinema, già difficile in partenza, diventa quasi impossibile. In ogni caso secondo me è più facile fare del cinema a Milano. Certo, bisogna chiedersi cosa è cinema. Fare fiction televisiva è più facile a Roma che in Lombardia: Milano è sempre stata cinema contro, di ricerca, cinema altro, di barricata. A Roma mettersi a fare un film con 50 mila euro è una cosa da pazzi, noi lo facciamo. Essendoci poi meno baroni e meno preconcetti, senza contare la scuola del cinema che sta dando molto a questa città, e soprattutto la voglia - cioè qui non si lavora alle poste, non è che alle cinque si saluta e si va a casa - credo che forse a Milano si faccia più cinema che da altre parti.

È solo una questione di soldi? O c'è anche una mancanza di idee?
Beh sicuramente in partenza è una questione di soldi, perché se ci sono nuovi talenti senza i soldi non lo sapremo mai. Le idee d'altronde è molto raro che ci siano. Il problema è a monte, perché le nuove generazioni vengono cresciute in modo passivo, le si istruisce a rispondere a comando. L'unica soluzione è rifondare il sistema educativo, e far sì che le persone non vengano ammaestrate, ma trattate come esseri pensanti.

Quali sono i problemi che si incontrano quando si ha una buona idea?
Quando si ha una buona idea non si incontrano problemi. Io ho sempre visto che quando c'è una storia valida, prima o dopo si riesce a metterla in atto. Il consiglio è di lavorare moltissimo sulla sceneggiatura, senza la quale non si può avere il film, né tanto meno gli appoggi per farla. Quello che dico sempre ai miei allievi è, va bene lavoriamo gratis, ma leggiamo la sceneggiatura perché se è una boiata abbiamo di meglio da fare. Detto così sembra che per fare un film basti averne la voglia.Il problema non è tanto fare i film, ma distribuirli. Tu puoi avere anche il film dell'anno ma se non incontri una distribuzione, perché sei lontano da Roma, non per chilometri ma per relazioni, il tuo lavoro non lo vedrà nessuno. E non è un problema milanese ma italiano.Quindi la crisi del nostro cinema è dovuta a una carenza distributiva, non è colpa dei produttori. In Italia mancano produttori degni di questo nome: il produttore è un imprenditore che decide di lavorare e investire nel cinema e per farlo deve riconoscere il talento e i meccanismi per farlo emergere. Oggi in Italia ci sono solo produttori esecutivi: persone spesso poco competenti che comunque non mettono in gioco capitali propri.

Entrando un momento nella disputa condominiale fra Venezia e Roma, noi crediamo che Venezia abbia un'autorità che non vada toccata, lei cosa ne pensa?
D'accordissimo. Non capisco perché in tutto il mondo le istituzioni vengano conservate e aiutate, e noi che abbiamo uno straccio di festival che conta qualcosa andiamo a picconare anche questo. Riduciamo sempre tutto a qualcosa di locale, ed è per questo che nascono queste inutili rivalità. Semmai il festival di Venezia va rimpolpato costruendo nuove sale, mettendo a disposizione degli alberghi che non costino 400 euro e che non facciano schifo. E poi mica siamo l'America, quanti festival dobbiamo avere?

Lei insegna da più di dieci anni alla Civica Scuola di Cinema e Nuovi Media di Milano, qual è il ruolo della scuola nella nostra città?
Ha seminato tante di persone in grado di fare questo lavoro e alle quali è possibile attingere per i propri progetti. I miei alunni al primo anno già cominciano a lavorare ai loro lavori, o vanno a fare da assistenti a coloro che si sono diplomati da qualche anno. Esiste un tessuto professionale a cui fare riferimento. È un'istituzione che sta crescendo come presenza effettiva sul territorio.



Milano è una città cinematografica?
Assolutamente sì e il mio film ne è la testimonianza. In Come l'Ombra Milano si vede tantissimo perché sono milanese e mi interessa parlare della città. Il mio film non potrebbe essere ambientato che qui. O almeno in termini locali. Certo potrebbe essere una città del Nord America, del nord della Francia, della Germania. In questo momento stiamo lavorando per farlo uscire in sala.

Domanda di rito: quali sonoi film che hanno influenzato il suo lavoro? Secondo lei cosa è cinema? Quando siamo di fronte al cinematografico?
Tutto è cinematografico perché tutto può raccontare una storia, un punto di vista, una posizione politica e civile. Se invece ci chiediamo cosa è il cinema, come diceva Bazin, io credo esistano due cose distinte: l'intrattenimento e il cinema. Il cinema emana esprime un punto di vista con l'occhio, che è un punto di vista della mente, che è un punto di vista etico sulla vita.